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Counting Crows – Prima Parte

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Radiobirra: Counting Crows – Mr Jones

Provenienti da San Francisco i Counting Crows pubblicano, nel 1993, August And Everything After, uno dei grandi capolavori dell’”alternative mainstream” anni 90. La super hit “Mr. Jones”, in heavy rotation allo Stammtisch da 6 anni, insieme a tante altre orecchiabili canzoni,raccontano storie traboccanti di sincerità.

Ritratto di una generazione inquieta, alla perenne ricerca di uno scopo, è la disperata “Round Here”, una delle canzoni più belle del decennio: “Then she looks up at the building/ and say’s she’s thinking of jumping/ She say’s she’s tired of life/ she must be tired of something”, canta Duritz in uno stile che pare il pianto di un peccatore in via di redenzione. Direttamente da “Music From Big Pink” sembra uscita “Omaha”, che riesce a rievocare quell’America di provincia e campagnola, genuina e un po’ ingenua. “Mr. Jones” è abile a far rivivere la magia dei Byrds con un jingle jangle chitarristico ossessivo ma melodico; chitarra, basso, e batteria sono completamente asserviti alla produzione di ritmo, un po’ alla maniera dei Talking Heads, mentre la solistica è lasciata alla sola voce di Duritz. La sua maturità di cantante è impressionante, come dimostra “Time And Time Again” toccante interpretazione di un amante in agonia, in cui è incastonato un prezioso arrangiamento psichedelico, frutto dell’organo di Gillingham. Ancora frizzante folk pop in “Rain King”, più Rem che Byrds, sulla scia di “Mr Jones”. Niente di nuovo sotto il sole, ma queste canzoni hanno la capacità di penetrare l’animo umano perché graziosamente melodiose e di sconvolgerlo in virtù delle storie tormentate che raccontano. “Sullivan Street” è una struggente ballata alla Byrds con background vocal femminile, pianoforte a inoculare una triste melodia autunnale e le intime confessioni di Duritz, che con maestria da attore consumato cesella un’altra storia di normale autoflagellazione. Il capolavoro dell’album è forse “Raining In Baltimore”, una lenta elegia  pianistica, che ha la qualità cinematografica di fermare il tempo in attesa che Duritz dia risposta alle domande che lo angosciano. “August And Everything After” è un piccolo gioiello di intimismo abile a descrivere l’humus culturale che lo ha generato, in modo a volte retorico, ma sicuramente sincero.

Cantastorie della provincia come Westerberg, poeta nostalgico come Isaak, rocker passionale come Springsteen, Duritz è l’alter ego romantico di Cobain; l’urlo disperato del leader dei Nirvana esprime la furia iconoclasta di una generazione, apatica e rassegnata al cospetto di una società che non la comprende. Una manifestazione di rabbiosa inquietudine che procede dall’interno (animo) verso l’esterno (società). I personaggi di Duritz, al contrario, metabolizzano i drammi che li vedono protagonisti, e si tormentano nel proprio intimo, in modo discreto e autocommiserativo

estratto da Onda Rock

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